Lezione XIV

Dove Cosmè Tura diventa Cosma Turà, ennesimo esempio di ignoranza del nostro patrimonio artistico; e dove le drammatiche vicende di uno straordinario poeta settecentesco, Tommaso Crudeli, si specchiano negli avvenimenti d'oggi.

"Verum ipsum factum, verum et factum convertuntur"
Giambattista Vico (1688-1744)

Cosma Turà, chi era costui? Nella grande tradizione del nostro Ottocento la memoria degli uomini illustri veniva considerata qualcosa di sacro, il sedimento della tradizione e dell'identità di una patria; e anche un punto di riferimento, un monito, uno stimolo per il presente. Così Foscolo, nel suo carme Dei sepolcri, dopo aver parlato dello sdegno di Alfieri nei confronti dell'imbastardimento della nostra cultura nazionale, ai suoi tempi &laqno;infranciosata», lo pensa nella sua sepoltura nel Pantheon: &laqno;Or con quei grandi abita eterno». C'era forse anche un po' di retorica in questo senso di religiosa sacralità della memoria letteraria - si può capire, peraltro siamo nel periodo in cui nasce culturalmente il senso della nostra identità nazionale -, ma adesso, addirittura, questo culto allora un po' solenne sembra essere diventato un disvalore, qualcosa di negativo. Se a qualcuno saltasse in mente di ricordare, che so, Giovanni Santi, il padre di Raffaello - pittore non eccelso ma che pure è un rappresentante significativo della cultura figurativa umbra, quale quella del Perugino e dello stesso Raffaello - verrebbe preso per pazzo. Su questa rozza insensibilità si può magari sorvolare: quello che è grave, però, è che quasi più nessuno capisce che cosa sia l'arte, nessuno sa riconoscere l'eccellenza dello stile nel quale si esprime. Le innovazioni tecnologiche, quelle sì, affascinano: si spendono centinaia di miliardi nella ricerca, per produrle; per la ricerca artistica invece quasi nulla: la conservazione del patrimonio artistico e le novità prodotte nell'arte incontrano spesso la più completa insensibilità. Chi si ricorda più, ad esempio, di ........................ C.T. .................................. chi era costui? Se non si ha un forte e rispettoso sentimento della tradizione artistica, dubito molto che si possano fare scoperte come quella che mi è capitata in un recente viaggio di studi nel Casentino. Durante il percorso mi sono fermato a Poppi, una cittadina bellissima per come è stata ordinata nel corso dei secoli, e fortunatamente non "disordinata", come spesso accade alle città, nel nostro presente. Ci sono belle chiese, e soprattutto un bel castello con arredi e importanti libri del Cinquecento, Seicento, Settecento; i testi sono talmente significativi che la biblioteca non solo è meta frequente delle visite di studiosi e specialisti, ma ha anche ospitato mostre bibliografiche e intessuto una fitta rete di scambi di libri con altre biblioteche, nella prospettiva della ricostruzione e della conservazione di una storia e civiltà del libro. In quell'occasione c'era giusto una mostra in biblioteca, e il bibliotecario che lì ho incontrato mi ha regalato un libro: Tommaso Crudeli, Poesie, con un'appendice di prose e lettere a cura di Gabriella Milan. Bene: leggendo questo libro - conoscevo il Crudeli praticamente solo di nome - ho compreso innanzitutto che c'è un grande poeta nel panorama del Settecento italiano, ingiustamente trascurato dalla critica; e poi che la sua umana vicenda echeggia singolarmente nel nostro presente. Crudeli è stato arrestato con l'accusa di appartenenza alla Massoneria, accusa mossa contro di lui da alcuni &laqno;pentiti». Queste accuse, dunque, le modalità con le quali vengono portate, i processi e le detenzioni alle quali danno luogo (per inciso, a un certo punto della sua vicenda processuale, Crudeli risultò essere innocente e fu scarcerato: ma intanto era stato detenuto per lungo tempo con un'accusa ingiusta e non provata) non sono solo materia incandescente della nostra attualità giudiziaria e politica, ma hanno attraversato anche il "secolo dei lumi". "Tra gli scrittori che fiorirono in Italia verso la metà del secolo diciottesimo, uno dei più eleganti e dei più piacevoli insieme viene reputato il Dottor Tommaso Crudeli. Le disgrazie che lo afflissero in vita e lo accompagnarono, per così dire, al sepolcro avrebbero fatto perdere la maggior parte delle produzioni di questo ornatissimo ingegno, non usando egli di scriverle ma di ritenerle semplicemente a memoria, se la cura di vari amici suoi sottratte non le avesse all'oblìo procurando ch'ei le dettasse poco prima della sua morte». Con queste parole, premesse dall'Editore, si apriva un volumetto stampato nel 1805 contenente le rime e le prose del Dottor Tommaso Crudeli, toscano del Casentino, asmatico e mezzo tisico, ma bello e vivace di ingegno, piacevolissimo parlatore. Volumetto che costituiva la terza e ultima, fino a oggi, edizione delle opere di questo cittadino di Poppi. Come sarebbe bello incontrare oggi un poeta di bello ingegno come questo. E chi ora cura la memoria di Tommaso Crudeli, in qualche modo, tramanda per noi la presenza, il fantasma di questo singolare poeta. Da allora solo oblio interrotto ogni tanto da voci e richiami come quelli del Carducci e di Benedetto Croce, a dire il vero assai autorevoli, che forse avrebbero già dovuto indurre a revisioni e a più giusti inquadramenti critici. E così in un manoscritto, conservato nella bella biblioteca di Poppi sono riemerse le poesie di Tommaso Crudeli, poi modernamente edite a cura della Milan. Nella nota biografica di questo libro si apprendono anche le vicende umane cui facevo riferimento. La Chiesa cercava con ogni pretesto di colpire la Massoneria, in cui vedeva una minaccia diretta ai propri privilegi. Il 28 aprile del 1738 fu emanata la bolla "In eminenti apostolorum specula", con la quale papa Clemente XII scomunicava gli aderenti alla Massoneria. La Chiesa ha un tale peso sulla vita civile che condiziona i comportamenti e le scelte dei magistrati. La stessa cosa accade oggi nei teoremi dei magistrati rispetto a una parte politica: si cerca prima il colpevole che non la colpa. Così in questa piccola cittadina di Poppi una persona aperta al mondo viene identificata come pericoloso sovversivo, come massone. E cosa avviene? Di fronte alla bolla di papa Clemente XII il governo lorenese rivelò la propria debolezza. Infatti, nonostante la bolla non venisse pubblicata in Toscana, la loggia fiorentina - quella a cui apparteneva Crudeli - fu sciolta. Inoltre, data anche la presenza del cardinale Corsini, nipote del papa e materiale artefice del documento pontificio, venne presa la decisione di arrestare alcuni esponenti iscritti alla loggia e che si erano maggiormente esposti per le idee antireligiose: escludendo, però, i personaggi più vicini al governo. La scelta, che in origine doveva comprendere una rosa più ampia di nomi, si restrinse a Filippo Stoch, figura di spicco di Firenze, legato ai circoli intellettuali e diplomatici inglesi e a Tommaso Crudeli, che per il suo carattere schietto e ostile alle ipocrisie non aveva esitato in passato a criticare il comportamento del clero, inimicandosi così le autorità religiose e gli ambienti conservatori della città. Ma mentre Stoch, che poteva contare su appoggi internazionali riusci a conservare la libertà, il Crudeli, la sera del 9 maggio 1739, veniva arrestato, e pagava cosi per tutti. La sua detenzione - sostenuta dall'inquisitore Ambrogio Ambrogi sulla base di indizi e false prove di empietà e sodomia - si protrasse per oltre un anno, durante il quale la salute già cagionevole del poeta si deteriorò. I parallelismi con l'attualità, sia pure in contesti politici profondamente diversi sono sotto gli occhi di tutti: ma la sostanza della prevaricazione e della violenza è sempre la stessa. Ne è esempio questo testo di Crudeli, che cito anche per rendere omaggio al suo rigore morale. E un testo ispirato a La Fontaine, di grande vitalità e felicità espressiva. &laqno;Un lupo, tutto pien d'umanità (se pur di tali se ne trova al mondo), sulla sua crudeltà che esercitava per necessità, fece un pensier di riflession profondo. Sono odiato - dicea. Da chi? Da ognuno. Comun nemico è il lupo, e cacciatori e cani e pastori e villani s'adunan tutti per la sua rovina. Odiano tutti a morte la sua voracità, la sua rapina. Per questo l'Inghilterra fu di lupi spogliata e per tutta la terra questa misera testa è taglieggiata e, tutto ciò, per un asin rognoso, per un putrido castrato, per un can magro e pulcioso, senza i quali potea leggermente passarla il mio palato. Ebben, non mangiam più di queste cose. Paschiam, piuttosto, per le piagge erbose; rompiamci i denti, foriamci i labri, forte rodendo spini pungenti e, se bisogna ancor, moriam di fame. La morte è minor male dell'odio universale. E, dicendo così, quattro pastori vide al lor gregge accosto che tra l'erbette e i fiori si divoravano un agnello arrosto. "Oh," disse tutto allegro, "io mi rinfaccio degli agnelli la carne. Ecco che i lor guardiani ne mangiano essi e, poi, ne danno ai cani. Ed io, lupo, sarò sì scrupoloso che non vorrò mangiarne? No, per Dio! No! Sarei troppo pietoso. Passerà l'agnellino e io lo sgozzerò. Non solamente lui, ma la madre ch'ei poppa e il padre insiem che lo generò". Il lupo avea ragione, perché l'uomo a lui parve un animale - di tutti il più crudele - che le bestie più quiete ed innocenti si fa passar tra i denti senza rispetto e senza compassione.»

Vittorio Sgarbi

 

Testo in parte letto dallo stesso Vittorio Sgarbi il 17/8/95 a "Sgarbi quotidiani" ore 13.30, su Canale 5.

 

da "LEZIONI PRIVATE" (pag 95-100 in parte)-Arnoldo Mondadori Editore- 1995, Milano

 

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