Attilio d'Anzeo
nel 250° anniversario della morte
Edito a cura delle Famiglie Candidi Tommasi Crudeli
1995
Tommaso Crudeli e la disinformazione:
da nemico a vittima.
Un vezzoso terremoto
con l'amabile suo moto
sconquassava le città
ed un fulmine giulivo
non lasciando alcuno vivo
saltellava di qua e di là.
Così, negli anni della guerra, nel mio paese, qualcuno cominciò a commentare le ritirate strategiche, come i comandi militari definivano le prime avvisaglie della tragedia che incombeva. Rapidamente quei versetti diventarono di uso comune: il segretario politico non seppe mai chi li avesse messi in giro e nessuno si chiedeva chi ne fosse autore. Erano una delle tante pasquinate che in quegli anni abbondavano: delicata e indiretta, non violentemente scurrile come "La sera del 28 ottobre 1882", che aveva più presa e indignava di più i fedelissimi, rivolta, com'era, alla persona del capo e a quelle dei suoi genitori.
Quello di drogare le notizie e di addormentare le coscienze è uno degli impegni maggiori degli apparati dittatoriali, ed è esercizio che essi lasciano in eredità alle democrazie, che lo praticano -ovviamente - con maggior pluralismo, talché ancora più difficile è capire cosa è informazione e cosa disinformazione. E cosl, per molti anni, m'è accaduto di ricordare quei versetti e di commentare mentalmente con essi le infinite serie di notizie a senso unico che ci sono propinate.
Quarant'anni dopo, diventato poppese, mi sono imbattuto nella stesura originaria di quei versi e nel suo autore,Tommaso Crudeli. E non ho fatta mia l'idea del suo biografo, Ferdinando Sbigoli, che essi si riducano a una salace ma solo divertita parodia delle leziosità letterarie del primo '700. Ero certo suggestionato dai ricordi di ragazzo ma-seguivo una lettura parallela del lavoro dello Sbigoli e dell'opera del poeta nella edizione"parigina"del 1805- il Crudeli m'è parso subito un uomo che rideva per non piangere sulla condizione dell'uomo, la quale lo spinge a cercare di colmare i vuoti della ragione con invenzioni, superstizioni, affermazioni di fede. Che, se innocue e vissute in candore, sono benvenute, ma, se nascondono altri intenti, vanno smascherate. Bonariamente, si capisce, ché il Crudeli non voleva intransigenze di segno opposto. E in questa linea vedevo (vedo) il "vezzoso terremoto"; il sarcasmo su un medico saccente che voleva "decimar dagli apostoli Tommaso" che non è Tommaso Crudeli ma S.Tommaso, impersonificazione evangelica della liceità del dubbio; i versi dedicati a mons. Guadagni che, assurto a grande incarico ecclesiastico, affettuosamente il poeta prendeva in giro (e nessuno si chiede come vi potesse essere tanta confidenza tra un alto prelato e un eretico, ché certo il Crudeli non diventò tale la settimana precedente il suo arresto); la lucreziana ode in memoria del senatore Filippo Buonarroti in cui
"Cosmo suo re l'abbraccia e difensore
il vuol del suo real placido impero
ed ei calma il furore
del procelloso tempestar (del clero)."
(ma non avevamo letto che Cosimo III aveva ridotto la Toscana ad un enorme convento?); il "Prologo fatto per la commedia di Mr. Destouches intitolata il Superbo" in cui leggiamo
"d'equivoche espressioni
ch'hanno doppio il mostaccio:
l'un lascivo in favor del popolaccio,
gentil l'altro e garbato
per quelli ch'hanno il gusto delicato...
......................................
Qui concetti stralunati,
qui son frasi ermafrodite..."
Si potrebbe continuare.
Che il Crudeli amasse scherzare sulla disinformazione, mi pare fuori dubbio; ma dagli scritti che ho riletto sfogliando "Poesie con appendice di Prose e Lettere" a cura di Gabriella Milan (Poppi,1989) mi sembra di poter notare che la levità dello scherzo mascheri un pensiero organizzato e sofferto, e vigile sugli inganni e sui danni che la disinformazione-bugia, verità a imposto senso, crescita oltre misura di cosa vera-per colpa o per dolo produce, e sulla possibilità che, abbattuto un simulacro ideologico, lo si sostituisca con un altro.
Il Crudeli visse in "quell' ombra di Stato che nell' autunno 1737 finì col passare a Francesco Stefano di Lorena".
Così, nel suo notissimo "Settecento riformatore", Franco Venturi definisce gli ultimi anni del Granducato mediceo.
A chi scrive quel periodo è parso contraddistinto-rispetto ai precedenti, rispetto a quel che accadeva in altri Stati, rispetto alla nostra contemporaneità- da quel saggio "governar poco", che qualche anno dopo auspicherà Ferdinando Galiani. E così è parso a Leonardo Sciascia che nella prefazione al mio "Il caso Crudeli-Persecuzione e tolleranza nella Toscana granducale" (Poppi 1988), lo definisce"una gradevole penombra, in attesa dei lumi".
L' "ombra di Stato" di Venturi, il mio "governar poco", la "gradevole penombra" di Sciascia dicono in fondo la stessa cosa: quello che varia è la valutazione, a seconda delle idee politiche-forse anche etiche-, di chi ne è autore. Ma certo è che in quel periodo presero vigore i fermenti che i due secoli precedenti avevano mantenuto allo stato di spore. Che fosse libertà non possiamo dirlo, ma che quella "ombra di Stato" tollerasse, anzi difendesse, il diritto di avere pensieri diversi, sì. E naturalmente circolavano le idee più varie, arcigne vecchie fole e deboli speranze. E il Crudeli vedeva l'uso e l'abuso delle une e delle altre, e non se ne doleva ché di contrasti si nutre la libertà. Che non sarebbe tale se si rinunziasse al diritto-dovere di ritenersi nel giusto e-in buona fede-non esserlo.
Povero untorello, profano capitato per caso tra i sacerdoti della cultura, accetto con qualche sforzo lo sbigoliano rapporto parodistico tra "leon che scherza e ride" e "vezzoso terremoto". Ma -e limitandomi al poco che ho citato- la tensione morale e civile del Crudeli cresce di tono, non si limita a innocentemente sbeffeggiare il Vanneschi, autore del "leon che...".
Il dubbio, l'angoscia del dubbio, è un prezzo che bisogna pagare alla ricerca della verità. Nulla cambia se lo si fa con apparenze scherzose. Il venticello anticlericale che spira nei salotti e nei chiassi toscani non autorizza a fare del personale bigottismo di Cosimo III il capro espiatorio di una reconquista curiale che, partita dalla Francia dell'Editto di Nantes, si estese a tutta l'Europa cattolica con fatti altrove ben più pesanti che il vietare l'insegnamento dell'atomismo a Pisa. Divieto che fu un'odiosa censura, ma nulla di più: solo un obolo versato all'equilibrio politico, che di Roma non poteva non tener conto. E il Crudeli non dimentica che il senator Filippo, suo amico e protettore, era stato per un trentennio ministro del "bigotto" Granduca, godendo della sua fiducia, ma anche di quella di chi era tutt'altro che bigotto, come il Tanucci che lo rimpiangeva come"uno de li vecchi sapienti". Gli è che anche Cosimo III aprì in quegli anni un interminabile, duro contenzioso con la S.Sede contro le prevaricazioni dell'inquisizione, ma questo nessuno voleva (vuole) più ricordarlo.
Inizialmente sorprendono anche i versi dedicati a mons. Guadagni che si prepara ad assumere la carica prestigiosa di cardinal vicario di Roma. Alla spensierata, fantasiosa gioiosità della prima parte segue il preoccupato augurio per l'ascesa al
"faticoso
erto monte scabroso"
che altro non è che la previsione della somma delle difficoltà che incontrerà il saggio e sincero sacerdote nel suo incarico in un'organizzazione clericale sempre più propensa ad occuparsi delle cose di Cesare, dimenticando quelle di Dio.
Nel 1731, quando il Crudeli scrisse l'Ode a mons. Guadagni, in "quell'ombra di Stato", auspicare un più evangelico comportamento del clero non era eresia, era solo partecipare alla vita sociale e, sì, religiosa.
Nel 1734, scrivere un'ode dagli accenti lucreziani e pubblicarla dopo averla letta in Santa Croce, e ricordare che Cosimo III poteva, sì, essere religioso fino al bigottismo, ma cercava di controllare come poteva il prepotere clericale, non era inneggiare all'eresia, era ristabilire la verità.
Usare espressioni non proprio castigate per invitare i commedianti dell'arte a non usarne di peggiori nel solo intento di assecondare i gusti del popolaccio, non era volgare licenziosità, era invito a meditare il proprio lavoro, a fare del teatro un mezzo per comunicare, per istruire, alla portata di molti, se non di tutti, assai più della carta stampata.
In quell' "ombra di Stato" il Crudeli non era il solo né il primo a godere di questa sorta d'immunità di parola, ad avere questa volontà di portare quello che si scriveva e si diceva al libero giudizio di tutti. Nel 1717 era stato pubblicato il "De rerum natura" nella traduzione di Alessandro Marchetti; nel 1727, l' Opera Omnia di Pierre Gassendi, a cura di Niccolò Averani e di Giulio Rucellai,uno di quelli che difenderanno, oltre ogni personale prudenza, il poeta caduto nei lacci dell'inquisizione. Ce l'ha ricordato Nino Casiglio nella relazione letta in occasione della presentazione poppese de "Il caso Crudeli". Ed ha sottolineato l'ascendenza gassendiana del pensiero di Tommaso Crudeli. Si può, quindi, dire che esso non nacque per generazione spontanea o, quanto meno, che il poeta non attese l'arrivo dei massoni, senza incorrere in quello in cui incorse dopo l'estinzione dei Medici. Da qualcosa era stato preceduto e preparato. E siamo propensi a pensare che la ingerenza clericale nella società fiorentina,nonostante zone intransigentemente retrive, fosse in calo già dal 1717, vivente Cosimo III. Ma leggiamo nella prestigiosa rivista di uno dei templi della cultura italiana che "Firenze diventò in quel periodo...un centro di rinnovamento culturale, reso vivace dallo stesso vuoto di potere venutosi a creare nell'ultimo periodo della vita di Giangastone". L'affermazione stupirebbe se essa non fosse cliché ormai indelebile della storiografia degli ultimi Medici.
Montesquieu -se non ricordo male- ha scritto che lo Stato (il potere) ha il dovere di controllare se stesso. Deve, cioè, evitare la tentazione di essere forte con i deboli, equivalente dell'esser debole con i forti. Uno stato in cui si verifica un vuoto di potere è incapace di rispettare questo fondamentale dovere, dovendo necessariamente allearsi con i forti.
L'inquisizione era dappertutto un potere forte, parallelo-quando non associato o prevalente- a quello degli stati, che cercavano di evitare sue richieste, alle quali era difficile opporre dinieghi. Che a sua volta l'inquisizione evitasse richieste non importanti per evitare rifiuti e contenziosi, dobbiamo crederlo, ma che gli inquisitori di Firenze del 1717, anno della pubblicazione di Lucrezio, e del 1727, anno della pubblicazione di Gassendi, fossero democritici ed epicurei o che fossero tanto ignoranti da non capire i rischi che per l'ortodossia della fede rappresentavano le due opere sulle quali da anni si menava gran chiasso, non è credibile. E' credibile invece che non si mossero, sicuri che né Cosimo né Giangastone avrebbero concesso il braccio secolare: aveva tanti problemi quell' "ombra di Stato", ma non abdicava al diritto-dovere di difendere le proprie prerogative e i diritti personali dei sudditi.
Tutto questo finì nell'estate 1737, con la morte di Giangastone. La"gradevole penombra, in attesa dei lumi" era finita. Ad essa non seguì il radioso giorno del rinnovamento, ma la notte della Reggenza, lunga quasi trent'anni: un battito d'ali nell'eternità della storia, ma un'eternità per chi la visse.
Francesco Stefano a Vienna, la Toscana fu affidata a reggenti. Per la prima volta nella sua lunga storia d'indipendenza, la Toscana visse l'umiliante condizione di colonia. Tuttavia, saggezza del nuovo giovane Granduca fu lasciare al loro posto i ministri di Giangastone. Il quale aveva avuto-secondo le"storielle grassoccie" anonime ma ritenute vangelo dagli storici degli ultimi Medici-tutti o quasi i vizi capitali, ma, stranamente, un incredibile fiuto nello scegliere i collaboratori,tra cui il grande Giulio Rucellai, ora noto solo agli addetti ai lavori, che diedero accelerazione alla preparazione e allo studio delle riforme esplose con Pietro Leopoldo nella seconda metà del secolo.
Il nostro Crudeli era un impolitico ed ebbe il torto di non capire le ambiguità della fase di transizione. E come avrebbe potuto? Se Giangastone-in fumo di massoneria ma moribondo da anni-aveva vanificato la presenza dell'inquisizione e le pretese del clero di appropriarsi di prerogative statali, perché non avrebbe voluto, potuto e dovuto farlo Francesco Stefano, giovane, aitante, marito dell'Imperatrice,e massone senza fumi ?
Senonché la sera del 9 maggio 1739 il poeta e segretario della loggia di Firenze si trovò astretto da una pattuglia di gendarmi granducali e consegnato all'inquisizione che, non disponendo di carceri proprie, lo rinchiuse in una soffitta di Santa Croce, tra taccole e pipistrelli, ragni e scorpioni. Il resto è noto e va appena ripetuto.L'unico interessamento di Vienna fu il suggerimento di un'evasione dalla soffitta, un suggerimento da servizi segreti di oggi, sdegnosamente respinto dall'interessato, e poi il trasferimento nel più salubre Forte S.Giovanni. Il vero interesse di Vienna era che fosse derubricata l'accusa di appartenenza alla massoneria; e subito i pentiti si pentirono d'essersi pentiti e ritrattarono-e forse ne fu contento anche l'inquisitore ché le rivelazioni erano state fatte in confessione e, si fosse saputo, la cattolica ma libera opinione pubblica fiorentina ne sarebbe stata turbata.
Tiratasi fuori per tempo la massoneria, rimasero a difendere il Crudeli dalle accuse di immoralità, empietà, sodomia, gli amici di sempre, che forse erano anch'essi massoni, ma in quel momento,che per il Crudeli durò fino alla morte, erano solo amici ed estimatori. E' doveroso fare i nomi, almeno di quelli che abbiamo incontrato nel nostro occuparci del caso: il ministro Giulio Rucellai, il medico Antonio Cocchi, gli abati Giuseppe M. Buondelmonti e Antonio Niccolini, che tutti avevano molto da perdere, e l'inglese Horace Man, residente a Firenze di S.M. Britannica. E -onesto coordinatore delle azioni di difesa del poeta- il Reggente Richecourt.
Carcere e confini segnarono gli ultimi anni del Crudeli.E non sappiamo quanta amarezza nel sentirsi abbandonato da potenti in cui aveva creduto e nel constatare sulla propria pelle che quel passato che aveva combattuto, non era passato.Questa amarezza, insieme al rifiuto di ritenersi colpevole, la intravediamo nelle lettere dal carcere e dal confino.
Un'attività letteraria che non ha nel suo profondo motivazioni etiche, sociali, politiche, ben difficilmente ha ragioni per esistere o possibilità per sopravvivere. O, come nel caso del Crudeli, per essere contrastata. L'opera del poeta di Poppi va al di là del mero valore estetico- del quale solamente tutti, da Carducci a Croce, da Folena a Milan, si sono occupati- volta com'è alla condanna del vuoto e del falso che persistevano in una società, quella fiorentina, pur in precoce rinnovamento. Il vuoto delle idee, il falso si servono della disinformazione -meglio sarebbe dire dell'impostura- per credersi vivi. Contro di essa combatteva il Crudeli: non era solo, abbiamo visto, ed era noto a chi contava, altrimenti la massoneria -quella prima massoneria- non l'avrebbe cooptato.La giocosità, l'apparente spensieratezza non inficiavano la serietà degli intenti, ed erano anzi un modo per aumentare la chiarezza del suo pensiero, più di un illeggibile trattato di morale.
Sul Crudeli in disgrazia i suoi inquisitori si accanirono con la calunnia, la più rozza, la più brutale delle disinformazioni, quella che ha eco nelle anime semplici, in buona fede allineate al pensiero imposto da un'autorità che non si discute, che non può non avere sempre ragione, e di cui sentono necessità. Caduta l'accusa di appartenenza alla massoneria, fallito il tentativo di colpire più in alto, l'inquisizione non poteva lasciarsi sfuggire la preda che rincorreva da tanto: tutto quello che fu il Crudeli, quello che di lui piace a noi -l'ironia, la denunzia e la trasgressione dell'impostura in nome della dignità dell'uomo, lo sforzo di accettare serenamente l'ineluttabile, il continuo punzecchiare il moralismo di facciata- doveva diventare il contrario di quello che era e doveva essere ingigantito per avere efficacia in un tempo e in un posto in cui già da anni alcune certezze vacillavano. E il poeta diventò empio, immorale e, manco a dirlo, sodomita ché troppo aveva messo il naso nel torbido fattaccio di via della Porta Rossa, dove un tal Blasini, bellissimo giovinetto, aveva perso la vita. E che quel mettere il naso avesse intenti di condanna, poco importava.
Solo la disinformazione esce vincitrice dal caso Crudeli. Tutti gli altri perdono: l'inquisizione che ormai palesa la sua inutile e iniqua protervia; il Granduca che non riesce a garantire i diritti di un suo suddito, che il suo ministro Rucellai è costretto a energicamente ricordargli; la massoneria che sfugge la possibilità di chiarire il suo pensiero e i suoi programmi e preferisce mimetizzarsi. E, naturalmente, il poeta la cui precaria salute s'allontana definitivamente. L'uso spregiudicato della disinformazione trasforma la sconfitta di tutti nella vittoria di tutti: il S.Offitio riesce a far porre all'indice tutte le opere del Crudeli, dall'edizione del 1746 a quella del 1805;i panegiristi di Francesco Stefano gli attribuiscono il merito di aver poi impedito altre velleità del santo tribunale e di aver preparato la sua soppressione; la massoneria rimane nell'ombra, ma si crea il suo martire, che non mancherà di vantare.
Dopo la morte, un'aura di mistero, d'inconfessata o esibita ammirazione o di totale condanna, accompagna il nome del Crudeli, accomunato a quello di tutti coloro che in vita hanno incontrato l'inquisizione. Ed egli diventa scrittore licenzioso e peccaminoso ed eretico, e nemico di Dio. Fa comodo a tutti definirlo così: ai bacchettoni che difendono l'inscalfibile passato, ai progressisti di facciata.
Negli anni '60 del '700 esce con il suo nome un libretto, "L'arte di piacere alle donne e alle amabili compagnie". Gli amici che lo ricordano si dividono in due gruppi: uno lo ritiene autentico, l'altro lo ritiene apocrifo. Noi non lo sappiamo, e quasi lo preferiremmo apocrifo, a ulteriore dimostrazione che il Crudeli non era solo.Ma il S.Offitio non ha dubbi e mette all'indice anche quello. E non ha dubbi l'Enciclopedia Treccani che lo definisce "opuscolo licenzioso". Ne trascriviamo qualche riga:
"Io non scrivo né un trattato teologico, né un trattato filosofico. Lascio gli uomini nell'esser suo e gli mostro come devansi regolare nello stato che si ritrovano. Lascio la censura de' costumi a coloro che son sempre scontenti di sé e degli altri."
"Si piace generalmente alla moltitudine o con la virtù o con l'apparenza della medesima... Si travaglia in dare de' corsi di morale per felicitare gli uomini, e i regni senza renderli contenti e non si cura di stabilir modi non equivoci e sicuri per condurre le virtù sociali a dilettarci e renderci con la soavità loro meno amaro questo infelice soggiorno."
"Le donne entrano esse a parte de' nostri gaudi e de' nostri dolori;... amorose e grate meno incomoda ci rendono la nostra vita e i nostri cordogli."
Fin qui il bonario consigliere di mezzi modesti e naturali per far meno amara la vita. E che sia ispirato dalla lettura di Gassendi, ci pare indubitabile. Ma tra una riga e l'altra,troviamo la sfrenata libidine di un Crudeli-mr Hyde, che nientemeno osa scrivere:
"Se la cortese bocca con le umidette labbra ti porge in dono, se le dolcezze prendi dal ritondetto seno cui l'anima dà moto nel dolce affanno del sospiro amoroso, ti perdi nella soavità e languisci nel gioire e fluttuando in un mar d'incertezza premi il disiato corpo..."
Che queste righe siano parse a suo tempo licenziose ai censori del S.Offitio, possiamo convenire; che lo stesso sia accaduto nei decenni successivi per parole inserite in un contesto che ampiamente le giustifica, ci sembra acritica accettazione di cose decise da altri.
Gli stessi altri che per avere il Crudeli avuto in vita la sventura di imbattersi nell'inquisizione, hanno ingigantito le sue inquietudini, trasformandole in eresie, meravigliandosi però che il suo comportamento sia stato tanto diverso da quello di Pietro Carnesecchi o di Giordano Bruno. E perché di questi solamente? E tuttavia non mancando di percepire che i tempi erano diversi e che la cultura della tolleranza, per il solo fatto di condannare l'intolleranza e di riconoscere il dubbio come perenne condizione dell'uomo, già dal '600 mostrava di non capire gli autosacrifici in nome di princìpi astratti e fideistici. Che tolleranza e dubbio fossero eresia per gli inquisitori del S.Offitio,rispondeva alla loro funzione, oltre che alla loro natura, ma Crudeli aveva superato il concetto di eresia, come l'avevano superato Gassendi, Voltaire e non so quanti altri.
Non era un eretico pentito il Crudeli che dal carcere scriveva al reggente Richecourt: era un uomo angosciato per il suo futuro, distrutto nel corpo, fiaccato nello spirito per l'ingiustizia di cui era vittima, ma che non aveva niente di cui pentirsi, niente da farsi perdonare; un uomo che non riconosceva legittimità al suo inquisitore, il quale esercitava solo un'azione di vendetta, assai lontana dalla giustizia. Non leggiamo altro nelle sue lettere. Possono esservi rabbia e sconforto, ma non ombra di pentimento nell'uomo che parla dei "lenti orrori della calunnia e del zelo", della "gloriosa libertà d'essere innocente", di "evangelica e politica felicità", di "orribile infelicità di mirar(si) sempre nelle branche del nemico offensore e di non poter dire a testa alta:io son suddito del Granduca."
Non era eretico Tommaso Crudeli, l'amico di mons. Guadagni, il lettore di Lucrezio e di Gassendi.Per il suo inquisitore, per gl' inquisitori di qualsiasi potere fazioso, era molto peggio: un uomo libero che seguiva la sua coscienza, che imprudentemente diceva quel che vedeva e pensava, un uomo che consigliava: "Non ti gettare nel partito cattivo perché il tuo nemico s'è attenuto al migliore."
Attilio d'Anzeo